Una ferrovia può produrre energia mentre continua a far viaggiare i treni. L’idea sembra progettata per un film di fantascienza, ma è già stata sperimentata su una linea aperta al traffico: i moduli fotovoltaici vengono collocati nello spazio compreso tra le rotaie, fissati alle traversine e attraversati ogni giorno dai convogli. Il risultato è una piccola centrale elettrica lineare che sfrutta una superficie già esistente, senza richiedere nuovi terreni.
Il primo test operativo di questo tipo è stato avviato a Buttes, nel Canton Neuchâtel, in Svizzera. Il tratto misura 100 metri e comprende 48 pannelli da 380 watt, per una potenza installata di 18 kilowatt di picco. La produzione prevista è di circa 16.000 kilowattora all’anno, paragonabile al consumo elettrico annuale di tre o quattro famiglie. Il progetto è autorizzato per tre anni e si svolge su una linea dove transitano circa 30 treni al giorno, con una velocità massima di 90 chilometri orari.
La curiosità più sorprendente riguarda la resistenza dell’impianto. In poco più di un anno oltre 11.000 convogli sono passati sopra le celle senza causare problemi alla circolazione, alla manutenzione o alla stabilità dei moduli. Non sono state registrate segnalazioni di abbagliamento da parte dei macchinisti. Perfino la polvere si è rivelata meno problematica del previsto: il movimento d’aria generato dai treni contribuisce a liberare la superficie dai depositi più leggeri.
Questa tecnologia serve a capire se migliaia di chilometri di infrastrutture possano diventare una fonte diffusa di elettricità. L’interesse ha già superato i confini svizzeri. La compagnia francese SNCF partecipa alla sperimentazione, mentre in Italia sono allo studio progetti pilota compatibili con la rete nazionale. Il tema è rilevante perché il Gruppo FS punta a installare 1,1 gigawatt di nuova capacità rinnovabile entro il 2029 e 2 gigawatt entro il 2034, coprendo in prospettiva circa il 40% del proprio fabbisogno energetico.
Come funzionano i pannelli solari installati tra le rotaie?
I pannelli trasformano la luce in corrente elettrica come un normale impianto fotovoltaico, ma sono progettati per adattarsi all’ambiente ferroviario. I moduli vengono posati in orizzontale tra i binari e collegati a un sistema che, nel test svizzero, immette l’energia nella rete locale.
L’elemento decisivo è la rimovibilità. Un gruppo lungo sei metri, formato da tre pannelli, può essere scollegato e rimosso in circa dieci minuti. I tecnici possono così sostituire una traversina, controllare lo scartamento o effettuare lavori sulle rotaie senza smantellare definitivamente l’impianto.
I treni possono danneggiare le celle fotovoltaiche?
I primi risultati indicano che il passaggio dei convogli non ha compromesso il sistema, ma la prova deve proseguire. I moduli devono sopportare vibrazioni, sbalzi di temperatura, neve, acqua, pietrisco e sollecitazioni aerodinamiche. Devono inoltre evitare interferenze con i dispositivi di sicurezza e con le ispezioni della linea.
La sperimentazione analizza posa e rimozione, sporco, riflessi, produzione elettrica e impatto sulla manutenzione. La collaborazione con SNCF resterà attiva fino alla conclusione del test, prevista nell’aprile 2028. Un primo bilancio positivo è quindi importante, ma non equivale ancora a un’autorizzazione per l’impiego su vasta scala.
Quanta energia potrebbe produrre una ferrovia solare?
Il potenziale teorico è elevato, anche se non tutti i tratti sono adatti. Gallerie, zone ombreggiate, scambi e aree sottoposte a manutenzione frequente riducono la superficie disponibile. Secondo le stime del progetto, sfruttando le parti idonee dei circa 5.320 chilometri della rete svizzera si potrebbe arrivare a un miliardo di kilowattora all’anno. La quantità corrisponderebbe ai consumi di circa 300.000 famiglie e a quasi il 2% dell’elettricità utilizzata nel Paese.
Si tratta di una stima, non di una produzione garantita. Il rendimento effettivo dipende da irraggiamento, orientamento, ombre e perdite elettriche. Il vantaggio principale resta l’uso di uno spazio già occupato da un’infrastruttura.
L’energia prodotta può alimentare direttamente i treni?
In teoria sì, ma è una delle sfide tecniche più complesse. Nel progetto pilota l’elettricità viene inviata alla rete locale. Per alimentare direttamente la trazione servono sistemi di conversione, protezione e distribuzione capaci di gestire tensioni elevate e una produzione variabile.
Un ulteriore limite riguarda il trasporto della corrente lungo tratte estese. Secondo gli esperti coinvolti nello studio, oltre i 500 metri diventa necessaria un’architettura elettrica specifica per contenere le perdite e innalzare la tensione. L’evoluzione futura potrebbe collegare queste centrali lineari alle sottostazioni ferroviarie.
Perché l’Italia guarda con interesse ai binari solari?
L’Italia dispone di una rete estesa e di buoni livelli di irraggiamento in numerose aree. Installare pannelli nello spazio ferroviario potrebbe ridurre la necessità di acquistare o espropriare nuovi terreni, uno dei passaggi più delicati nella costruzione delle grandi centrali.
Il Gruppo FS sta già sviluppando impianti collegati alla trazione. A Foggia è entrata in funzione una centrale da 3 megawatt con oltre 6.600 pannelli; ad Arezzo un impianto con più di 10.000 moduli presenta una produzione annua stimata di 5,8 gigawattora. Le celle tra le rotaie rappresentano quindi una possibile integrazione delle installazioni su terreni, tetti, stazioni e aree industriali.
Il vero banco di prova sarà la capacità di coniugare produzione, sicurezza e manutenzione su linee differenti. Se questi requisiti verranno confermati, lo spazio sotto i treni potrebbe diventare una delle superfici energetiche più inattese della transizione ecologica.
