Una normale telefonata potrebbe rivelare molto più delle parole pronunciate. Il ritmo del discorso, la durata delle pause, le esitazioni e le variazioni del tono possono contenere segnali collegati allo stato fisico e cognitivo di una persona anziana. È una delle applicazioni più curiose dell’intelligenza artificiale nella salute: algoritmi addestrati ad analizzare la voce per riconoscere possibili cambiamenti nella mobilità, nell’autonomia e nel benessere generale.
Queste tecnologie si inseriscono in una trasformazione demografica profonda. In Italia le persone con almeno 65 anni rappresentano il 24,7% della popolazione, la percentuale più alta nell’Unione europea, mentre l’età mediana ha raggiunto 49,1 anni. Al 1° gennaio 2025 vivevano nel Paese anche 23.548 centenari, più del doppio rispetto al 2009. L’aumento della longevità rende sempre più importante individuare presto i segnali di fragilità, prevenire le cadute, controllare le patologie croniche e aiutare le persone a restare autonome nella propria casa.
L’intelligenza artificiale può contribuire analizzando dati provenienti da cartelle cliniche, dispositivi indossabili, sensori domestici e conversazioni telefoniche. Può riconoscere cambiamenti difficili da percepire durante una visita occasionale e segnalare quando sarebbe opportuno un controllo medico. Il suo compito, però, non dovrebbe essere quello di formulare diagnosi autonome o sostituire il rapporto umano. Un avviso prodotto da un algoritmo acquista significato soltanto quando viene interpretato da professionisti che conoscono la storia clinica, sociale e personale del paziente.
Accanto alle opportunità emergono questioni delicate. Un sistema addestrato con dati poco rappresentativi può valutare male gli anziani, confondere normali caratteristiche dell’età con una malattia o riprodurre stereotipi già presenti nella società. Restano inoltre aperti i temi della privacy, del consenso e del divario digitale. La vera sfida consiste quindi nel progettare strumenti semplici, controllabili e inclusivi, capaci di sostenere l’invecchiamento attivo senza trasformare la tecnologia in una forma di sorveglianza.
Come può una voce rivelare la fragilità?
La voce può funzionare come un biomarcatore digitale, cioè come un’informazione misurabile associata alle condizioni di salute. Gli algoritmi vocali esaminano numerosi elementi: velocità del linguaggio, durata delle pause, stabilità del tono, fluidità, ricchezza del vocabolario e complessità delle frasi.
Alcune variazioni possono accompagnare una riduzione delle capacità motorie o cognitive. Una persona affaticata, per esempio, potrebbe parlare più lentamente, interrompersi con maggiore frequenza o mostrare una minore regolarità nella respirazione. Una ricerca dell’Università di Zurigo, pubblicata su npj Digital Medicine, ha esplorato proprio la possibilità di usare questi parametri per riconoscere segnali associati al declino funzionale.
Il risultato dell’analisi non equivale a una diagnosi. Può invece indicare che una persona merita una valutazione geriatrica più approfondita, consentendo di intervenire prima che una vulnerabilità si trasformi in perdita di autonomia.
Quali altri segnali può controllare l’intelligenza artificiale?
Gli algoritmi possono combinare la voce con dati relativi a movimento, sonno, frequenza cardiaca e attività quotidiane. Uno smartwatch può registrare una riduzione dei passi; un sensore domestico può rilevare che la persona impiega più tempo a spostarsi da una stanza all’altra; un sistema digitale può osservare un cambiamento nella regolarità del riposo.
Considerati singolarmente, questi indizi possono essere poco significativi. Analizzati nel tempo, possono mostrare una deviazione rispetto alle normali abitudini individuali. Il vantaggio consiste proprio nella continuità del monitoraggio, impossibile da ottenere attraverso visite mediche sporadiche.
Applicazioni simili vengono studiate per prevenire le cadute, migliorare la gestione dei farmaci e seguire persone con patologie croniche. L’obiettivo è riconoscere tempestivamente un cambiamento, non controllare ogni gesto della vita domestica.
L’AI può aiutare gli anziani a vivere più a lungo in autonomia?
Può contribuire, soprattutto quando facilita la prevenzione e l’assistenza a distanza. Un sistema ben progettato può ricordare l’assunzione di un medicinale, rilevare un’anomalia nei parametri vitali o avvisare un familiare in caso di caduta.
L’utilità è rilevante in un Paese nel quale quattro famiglie con anziani su dieci sono composte da persone sole. La tecnologia può quindi diventare un supporto per medici, caregiver e servizi territoriali, riducendo la distanza tra una persona fragile e chi la assiste.
Questi strumenti funzionano meglio quando vengono inseriti in una rete reale di relazioni. Una notifica automatica deve essere seguita da qualcuno che chiama, verifica la situazione e decide come intervenire. L’autonomia non coincide con l’isolamento tecnologicamente assistito.
Perché gli algoritmi possono discriminare in base all’età?
Il rischio nasce soprattutto dai dati utilizzati per addestrarli. Se gli anziani sono poco rappresentati negli studi o vengono descritti soltanto attraverso malattie e disabilità, il sistema può sviluppare una visione distorta dell’invecchiamento.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) avverte che l’intelligenza artificiale sanitaria può amplificare l’ageismo, replicando pregiudizi impliciti ed espliciti già presenti nella società. Un algoritmo potrebbe, per esempio, sottovalutare l’efficacia di un trattamento sulla base dell’età anagrafica oppure considerare inevitabile una perdita di autonomia che potrebbe essere prevenuta.
Per ridurre il problema servono campioni di dati inclusivi, gruppi di sviluppo composti da persone di età diverse e verifiche indipendenti sui risultati. Gli anziani dovrebbero inoltre partecipare alla progettazione degli strumenti destinati a loro.
Gli anziani sono davvero esclusi dalla tecnologia?
Il divario digitale esiste, ma l’idea che le persone anziane rifiutino automaticamente l’innovazione è uno stereotipo. Nel 2025 utilizzava Internet il 72,5% delle persone tra 65 e 74 anni, mentre tra gli over 75 la percentuale era del 35,7%. In entrambe le fasce l’utilizzo era aumentato rispetto all’anno precedente.
Le difficoltà dipendono spesso da interfacce complesse, caratteri piccoli, procedure di autenticazione poco intuitive e assenza di assistenza. Una telefonata automatizzata o un dispositivo con comandi vocali possono risultare più accessibili di un’applicazione piena di menu.
La semplicità, tuttavia, non deve eliminare il controllo. Ogni persona deve sapere quali dati vengono raccolti, per quale finalità e con chi saranno condivisi.
La tecnologia può sostituire medici e familiari?
No, perché l’assistenza agli anziani richiede competenze cliniche, ascolto e conoscenza della persona. Un algoritmo può individuare una variazione nella voce, ma non comprende pienamente la solitudine, la paura, un lutto recente o le difficoltà economiche che possono influenzare il modo di parlare.
Il modello più utile è quello dell’intelligenza artificiale come supporto alla decisione. La macchina raccoglie e organizza segnali; il professionista li interpreta; la persona mantiene il diritto di accettare, rifiutare o contestare le decisioni.
Il futuro dell’assistenza dipenderà meno dalla quantità di tecnologia disponibile e più dalla qualità con cui verrà integrata nelle cure. Un algoritmo davvero efficace non rende invisibile l’anziano dietro i dati: aiuta medici e familiari a prestargli attenzione prima, con maggiore precisione e senza dimenticare la relazione umana.
