Vita su Marte, le “macchie di leopardo” riaccendono il mistero: cosa hanno trovato davvero gli scienziati

Marte continua a sorprendere gli scienziati con indizi che, messi uno accanto all’altro, rendono sempre più interessante una domanda vecchia di decenni: il Pianeta Rosso ha mai ospitato forme di vita? La risposta, per ora, resta prudente. Nessuna missione ha ancora trovato una prova definitiva di organismi presenti o passati. Tuttavia, le osservazioni raccolte negli ultimi anni mostrano che almeno alcune aree marziane possedevano acqua, minerali e composti chimici compatibili con ambienti potenzialmente abitabili.

Uno dei casi più affascinanti riguarda “Cheyava Falls”, una roccia lunga circa un metro studiata dal rover Perseverance nel cratere Jezero. Le immagini ad alta risoluzione hanno mostrato piccole strutture soprannominate “macchie di leopardo”. Al loro interno sono state rilevate firme di vivianite, un fosfato di ferro idrato, e greigite, un solfuro di ferro. Sulla Terra questi minerali possono comparire in contesti legati alla materia organica e, in alcuni casi, all’attività microbica. Il dato più interessante è che si trovano insieme a carbonio organico, zolfo, fosforo e ferro ossidato in rocce sedimentarie formate in un ambiente che un tempo era attraversato dall’acqua.

Lo studio dei campioni di Perseverance, pubblicato sulla rivista scientifica Nature, definisce queste caratteristiche potenziali biosignature: segnali che potrebbero essere stati prodotti da processi biologici, ma che possono avere anche spiegazioni geologiche. È una distinzione decisiva. Una molecola organica, infatti, non equivale automaticamente a una traccia di vita. Lo studio peer reviewed sottolinea proprio la necessità di analizzare il campione con strumenti ad alta sensibilità per stabilire l’origine delle strutture osservate.

A rendere il quadro ancora più intrigante contribuisce Curiosity. Analizzando un campione perforato nel 2020, il rover ha identificato 21 molecole contenenti carbonio, sette delle quali mai rilevate prima su Marte. Anche in questo caso l’origine può essere biologica oppure geologica, ma la scoperta dimostra quanto a lungo certi composti possano conservarsi nelle rocce marziane nonostante miliardi di anni di esposizione alle radiazioni.

La vera svolta potrebbe arrivare dal sottosuolo. La missione europea ExoMars Rosalind Franklin è progettata per perforare fino a due metri di profondità, raggiungendo materiali molto più protetti dalle radiazioni rispetto a quelli presenti in superficie. È proprio lì che eventuali tracce antiche potrebbero essersi conservate meglio.

Perché le “macchie di leopardo” sono così interessanti?

La curiosità nasce soprattutto dalla chimica della roccia. Nelle strutture osservate da Perseverance compaiono vivianite e greigite, minerali associati a reazioni di ossidoriduzione. Sulla Terra, alcuni microrganismi possono ricavare energia proprio da reazioni di questo tipo.

Il team scientifico ha però mantenuto una posizione prudente. Vivianite e greigite possono formarsi anche senza organismi viventi, per esempio in particolari condizioni di temperatura o acidità. Nel sito analizzato, tuttavia, non sono state trovate prove evidenti di temperature elevate o ambienti fortemente acidi. Per questo l’ipotesi biologica rimane aperta, senza essere dimostrata.

Un elemento particolarmente curioso riguarda inoltre l’età delle rocce: quelle della formazione Bright Angel sono relativamente giovani rispetto ad altri materiali sedimentari analizzati dalla missione. Questo apre alla possibilità che condizioni potenzialmente abitabili siano sopravvissute su Marte più a lungo di quanto alcune ipotesi precedenti lasciassero immaginare.

Perché l’acqua del passato conta così tanto?

Perché il cratere Jezero non è stato scelto a caso. Le osservazioni orbitali e quelle effettuate sulla superficie indicano che miliardi di anni fa ospitava un lago alimentato da un sistema fluviale. Perseverance ha esplorato proprio l’antico delta e raccolto campioni destinati a ricostruire la storia geologica dell’area.

Sedimenti come argilla e limo sono particolarmente interessanti perché possono intrappolare e conservare a lungo molecole e strutture chimiche. L’acqua liquida da sola non prova che esistesse vita. Indica però che Marte ha avuto ambienti nei quali la chimica necessaria alla possibile abitabilità poteva svilupparsi.

La combinazione tra antichi ambienti acquatici, carbonio organico e minerali coinvolti in reazioni chimiche rende quindi Jezero uno dei luoghi più promettenti per capire se il Pianeta Rosso sia mai stato adatto a microrganismi.

Cosa manca per poter parlare davvero di vita su Marte?

Manca soprattutto una verifica capace di escludere in modo convincente le spiegazioni non biologiche. Gli strumenti dei rover sono estremamente sofisticati, ma i laboratori terrestri possono effettuare analisi molto più dettagliate su isotopi, strutture microscopiche e composizione molecolare.

Per questo i campioni raccolti da Perseverance hanno un valore scientifico enorme: un’eventuale analisi sulla Terra permetterebbe di utilizzare apparecchiature impossibili da miniaturizzare e trasportare integralmente su Marte. La stessa ricerca pubblicata su Nature indica nell’analisi terrestre del campione un passaggio essenziale per determinare l’origine di minerali, sostanze organiche e strutture osservate.

La prudenza è fondamentale anche per un motivo metodologico. In astrobiologia una biosignatura è un indizio da verificare, non una certificazione automatica della presenza di vita. Più segnali indipendenti convergono verso la stessa spiegazione e più diventa robusta l’ipotesi biologica.

Perché ExoMars potrebbe cambiare la ricerca?

Perché Rosalind Franklin cercherà dove finora i rover hanno potuto indagare solo in misura limitata: sotto la superficie marziana. Il veicolo dell’Agenzia Spaziale Europea sarà dotato di una trivella capace di raggiungere due metri di profondità e raccogliere materiale maggiormente schermato dall’ambiente esterno.

Il vantaggio è sostanziale. La superficie di Marte è esposta a radiazioni che, nel corso di tempi geologici, possono degradare le molecole organiche. Scendendo nel terreno aumenta quindi la possibilità di incontrare materiali meglio conservati e potenzialmente capaci di raccontare una parte della storia marziana ormai cancellata in superficie.

Secondo il programma ESA, la finestra di lancio di Rosalind Franklin è prevista nel 2028, mentre l’arrivo sul Pianeta Rosso è programmato per il 2030.

Se le analisi del sottosuolo dovessero individuare firme coerenti con quelle osservate da Perseverance e Curiosity, il quadro scientifico diventerebbe molto più solido. Fino ad allora, il risultato più importante è già evidente: Marte si sta rivelando un archivio geologico straordinariamente complesso, nel quale potrebbero essere ancora nascosti gli elementi necessari per capire se la Terra sia davvero l’unico pianeta del Sistema Solare ad aver ospitato la vita.

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