Yayoi Kusama oltre gli specchi: dalle stanze infinite ai 12 romanzi, le sorprese dietro l’artista dei pois

Bastano una stanza, qualche specchio e una serie di luci per dare l’impressione che lo spazio non finisca più. Yayoi Kusama ha trasformato questa intuizione in una delle esperienze artistiche più riconoscibili degli ultimi decenni. Eppure ridurre la sua storia alle Infinity Mirror Rooms e ai celebri pois significherebbe raccontarne soltanto una parte.

Nata a Matsumoto, in Giappone, nel 1929 e morta a Tokyo il 14 agosto 2026 all’età di 97 anni, Kusama ha attraversato oltre settant’anni di arte contemporanea sperimentando pittura, scultura, installazioni, performance, moda e letteratura. Nel 1958 si trasferì a New York, entrando in contatto con una scena artistica che stava cambiando rapidamente. Proprio negli Stati Uniti sviluppò alcune delle idee che sarebbero diventate centrali nel suo lavoro: ripetizione, accumulo, perdita dei confini dello spazio e quella che definiva “self-obliteration”, la dissoluzione simbolica dell’individuo nell’ambiente circostante.

La prima Infinity Mirror Room risale al 1965. Si intitolava Phalli’s Field ed era molto diversa dalle camere luminose che oggi attirano file di visitatori nei musei. Gli specchi moltiplicavano centinaia di forme morbide ricoperte di pois, producendo l’illusione di un ambiente senza limiti. Quasi quarant’anni dopo, nel 2002, Fireflies on the Water avrebbe applicato lo stesso principio a 150 piccole luci, una superficie d’acqua e pareti riflettenti. L’installazione è progettata per essere osservata da una persona alla volta.

Questo particolare aiuta a capire perché le opere di Kusama siano diventate un fenomeno nell’epoca dei social pur essendo nate decenni prima di Instagram. Durante l’esposizione di Fireflies on the Water a Bergamo, tra il 2023 e il 2024, erano già stati venduti oltre 36 mila biglietti diversi mesi prima della chiusura, pari a circa l’80% delle disponibilità allora previste.

La sua eredità continua ora attraverso mostre internazionali. A Torino, le OGR ospitano dal 31 ottobre 2026 una Infinity Mirrored Room all’interno del programma legato a The Quantum Effect, mentre una grande retrospettiva europea ripercorre più di settant’anni di produzione. Ma tra specchi, zucche e punti colorati si nasconde un’altra Kusama molto meno conosciuta: quella che scriveva romanzi.

Quando sono nate le Infinity Mirror Rooms?

Le Infinity Mirror Rooms nascono ufficialmente nel 1965, quando Kusama realizza a New York Infinity Mirror Room – Phalli’s Field. Il principio è semplice nella tecnica e potentissimo nella percezione: gli specchi ripetono oggetti, luci e visitatori fino a rendere difficile identificare i confini reali della stanza.

L’idea è diventata una costante della sua carriera, ma ogni installazione presenta caratteristiche differenti. Fireflies on the Water, realizzata nel 2002, contiene 150 luci sospese sopra una vasca d’acqua. I riflessi provenienti dalle pareti e dalla superficie liquida eliminano visivamente alto, basso, inizio e fine.

A Torino arriva invece The Eternally Infinite Light of the Universe Illuminating the Quest for Truth, installazione fondata ancora una volta su luce, ripetizione e superfici specchianti. L’opera dialoga con una mostra dedicata ai rapporti tra arte e concetti della fisica quantistica, come sovrapposizione, universi paralleli e materia oscura.

Perché gli specchi di Kusama funzionano così bene sui social?

Il successo fotografico deriva dalla struttura stessa delle opere. Il visitatore diventa parte dell’installazione perché la sua immagine viene moltiplicata insieme agli altri elementi presenti nello spazio.

Kusama aveva però sviluppato questo linguaggio molto prima degli smartphone. La prima stanza specchiante precede di circa quarant’anni la nascita dei principali social network. Il carattere “instagrammabile” è quindi una conseguenza successiva di una ricerca artistica già consolidata.

La diffusione delle immagini online ha ampliato enormemente la riconoscibilità delle Infinity Rooms. Musei e gallerie hanno dovuto spesso organizzare accessi contingentati, ingressi individuali o permanenze di pochi minuti, perché questi ambienti possono accogliere un numero limitato di persone contemporaneamente.

Davvero Yayoi Kusama ha scritto 12 romanzi?

Sì. Tra il 1977 e il 2002 Kusama sviluppò una produzione letteraria che comprende dodici romanzi, quattro raccolte poetiche, una raccolta di racconti e un’autobiografia. È uno degli aspetti meno conosciuti della sua carriera.

La scrittura acquistò particolare importanza dopo il ritorno definitivo in Giappone negli anni Settanta. Il suo primo romanzo, Manhattan Suicide Addict, uscì nel 1978 e riprese atmosfere, esperienze e lati oscuri della New York che aveva conosciuto personalmente.

Diversamente dalle installazioni, diventate fenomeni internazionali, gran parte di questi testi ha avuto una circolazione molto più limitata fuori dal Giappone. Manhattan Suicide Addict, per esempio, non ha avuto un’edizione ufficiale in lingua inglese, mentre è stato pubblicato anche in francese.

Cosa resta oggi dell’eredità di Kusama?

Resta una produzione che supera largamente l’immagine pop dei pois. Il Museum of Modern Art di New York conserva e cataloga più di cento sue opere, mentre installazioni e retrospettive continuano a essere presentate in Europa, Asia e Stati Uniti.

Tra settembre 2026 e gennaio 2027 lo Stedelijk Museum di Amsterdam ospita una retrospettiva che abbraccia oltre settant’anni di attività e comprende pittura, scultura, disegni, collage, moda, happening e installazioni. A Torino, parallelamente, l’Infinity Mirrored Room delle OGR porta il pubblico dentro una delle idee più persistenti della sua ricerca: immaginare uno spazio nel quale il confine tra persona e ambiente sembra scomparire.

È proprio questo il dettaglio che rende la storia di Kusama più sorprendente. Le stanze perfette per le fotografie contemporanee affondano le radici nell’avanguardia newyorkese degli anni Sessanta; dietro l’artista delle zucche esiste una scrittrice di dodici romanzi; dietro immagini apparentemente immediate c’è una ricerca durata più di sette decenni. La popolarità delle Infinity Rooms ha reso Kusama universalmente riconoscibile, ma esplorare ciò che si trova oltre gli specchi permette di capire perché la sua opera abbia occupato un posto così particolare nella storia dell’arte contemporanea.

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